Edu-STEM: non sono portato!

Daniela Giannoccaro • 18 febbraio 2026

“Non sono portato per la matematica.”

Quante volte questa frase viene pronunciata da studenti — e, prima ancora, dagli adulti?

L’idea che la matematica sia una disciplina per pochi, riservata ai talenti naturali, è profondamente radicata nella nostra cultura. E spesso il primo luogo in cui questa convinzione si consolida è la famiglia. Frasi come “Anch’io ero negato” o “Noi non siamo portati per i numeri” sembrano innocue, ma trasmettono un messaggio potente: la competenza matematica sarebbe un dono innato, non una capacità da costruire.



La psicologa Carol Dweck ha distinto tra fixed mindset e growth mindset: nel primo caso si crede che l’intelligenza sia fissa e immutabile; nel secondo, che possa svilupparsi attraverso impegno e strategie adeguate. Quando un bambino interiorizza l’idea di “non essere portato”, ogni errore diventa la conferma di un limite personale, non una fase naturale dell’apprendimento.

 

A questo si aggiunge il fenomeno della math anxiety: l’ansia da matematica.

Le emozioni legate alla materia possono essere apprese. Un genitore insicuro o ansioso rispetto ai numeri può, anche involontariamente, trasmettere tensione e timore. E sappiamo quanto il clima emotivo influenzi quello cognitivo: senza sicurezza, è difficile apprendere.



Anche la scuola, talvolta, rafforza il mito del talento, soprattutto quando valorizza la velocità del calcolo o concentra l’attenzione esclusivamente sul risultato corretto. Si diffonde così un messaggio implicito: chi capisce subito è bravo, chi fatica non lo è.  Ma la matematica è soprattutto ragionamento, tentativi, perseveranza. È un processo.

 

Come ogni linguaggio, si apprende con pratica, esposizione ed esercizio. Le neuroscienze mostrano che il cervello è plastico: le competenze si sviluppano nel tempo. Parlare di “talento” come condizione necessaria rischia di trasformare una difficoltà temporanea in un’identità permanente.

Famiglia e scuola possono invece cambiare la narrazione: evitare etichette, valorizzare lo sforzo, normalizzare l’errore, integrare la matematica nella quotidianità.  Sostituire “non sono portato” con “non ho ancora capito” significa aprire uno spazio di possibilità.

La matematica non è per pochi. È per chi viene messo nelle condizioni di impararla.


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