L'ala che gira da sola: Juan de la Cierva e la nascita dell'autogiro

Gabriele Dessena • 2 settembre 2026

Il 26 agosto scorso le agenzie di stampa hanno riportato la notizia di un piccolo elicottero precipitato in valle Antrona, in Piemonte, dopo aver urtato i cavi di una funivia (ANSA). Leggendo qualche riga più sotto, però, si scopre che il mezzo non era un elicottero, bensì un “autogiro” (in inglese autogyro o gyroplane): un velivolo con un rotore che gira liberamente sopra la cabina senza essere collegato al motore. La confusione è comprensibile, ma la differenza è sostanziale e ha una storia lunga più di un secolo. Nel 2026 ricorrono infatti cento anni dalla fondazione, in Inghilterra, della Cierva Autogiro Company, l'azienda con cui un ingegnere spagnolo di Murcia, Juan de la Cierva, portò in produzione la prima macchina ad ala rotante realmente funzionante della storia. Ma che cos'è esattamente un autogiro, come fa a volare con un rotore privo di motore e perché lo consideriamo l'antenato diretto dell'elicottero? 



Juan de la Cierva y Codorníu era un ingegnere civile appassionato di aeronautica sin da ragazzo. Nel 1919 progettò per l'esercito spagnolo un grande bombardiere trimotore che, durante uno dei primi voli di prova, entrò in stallo a bassa velocità e si schiantò. Quell'incidente segnò la sua carriera: de la Cierva si convinse che l'ala fissa avesse un difetto congenito, ovvero che la sua portanza dipendesse dalla velocità e che sotto una certa soglia smettesse semplicemente di volare. La soluzione, intuì, era un'ala che si muovesse da sola rispetto all'aria anche quando il velivolo era lento: un rotore. Da qui il nome, dal greco autós e gýros, “che gira da sé”. I primi tre prototipi (C.1, C.2 e C.3), costruiti tra il 1920 e il 1922, si ribaltarono al decollo. Il motivo era la dissimmetria di portanza (dissymmetry of lift): in volo traslato la pala che avanza incontro al vento vede una velocità relativa maggiore di quella che indietreggia, produce più portanza e genera un momento di rollio incontrollabile. Dopo una campagna nella galleria del vento di Cuatro Vientos (Madrid, Spagna), de la Cierva trovò la risposta nella cerniera di flappeggio (flapping hinge): lasciando ogni pala libera di alzarsi e abbassarsi attorno a un perno, la pala avanzante sale e riduce il proprio angolo d'attacco, quella retrocedente scende e lo aumenta, e la portanza si riequilibra da sola. Il 9 gennaio 1923 il C.4, pilotato dal tenente Alejandro Gómez Spencer, si staccò dal suolo di Getafe (Madrid, Spagna), per 183 metri. Pochi giorni dopo il motore si spense subito dopo il decollo e la macchina scese ripida ma lenta, posandosi senza danni: esattamente ciò che de la Cierva voleva dimostrare. 



Per capire come vola un autogiro bisogna dimenticare l'elicottero, nel quale il motore fa girare il rotore e il flusso attraversa il disco dall'alto verso il basso. In un autogiro il rotore è in autorotazione: non riceve coppia dal motore e il flusso attraversa il disco dal basso verso l'alto. Il velivolo è spinto da una normale elica e il rotore, leggermente inclinato all'indietro, viene investito da un vento relativo che sale attraverso il disco. Ogni pala si comporta come l'ala di un aliante che plana in cerchio attorno all'albero. Questo avviene perché la risultante aerodinamica ha una componente verticale, la portanza, e una componente nel piano di rotazione che, con il giusto passo delle pale, mantiene il rotore in moto finché resistenza e forza propulsiva si bilanciano a un regime costante, senza alcuna trasmissione. La conseguenza pratica è che l'autogiro non può stallare nel senso classico. Infatti, finché c'è flusso attraverso il disco, il rotore continua a girare e a sostenere il velivolo, anche a velocità molto basse o in discesa quasi verticale. Il prezzo è che non può restare fermo in aria (hover) né decollare verticalmente, poiché serve sempre un po' di corsa. Questa può essere accorciata dai prerotatori meccanici che lanciano il rotore prima del decollo e, dalla fine degli anni ‘30, con il C.40, dal jump take-off, un vero salto in aria ottenuto aumentando bruscamente il passo del rotore prelanciato. Il passo decisivo fu però il controllo diretto (direct control): i primi autogiri avevano ancora alette e superfici di comando da aeroplano, inefficaci a bassa velocità, mentre dal C.30 del 1934 il pilota inclinava direttamente il mozzo del rotore per comandare beccheggio e rollio. 



Nell'ottobre 1925 de la Cierva dimostrò il C.6 all'Air Ministry britannico a Farnborough e l'industriale scozzese James G. Weir finanziò, l'anno seguente, la nascita della Cierva Autogiro Company. Così la Gran Bretagna divenne il centro mondiale dell'ala rotante e de la Cierva scelse di concentrarsi sui rotori, lasciando le fusoliere a costruttori affermati come Avro. Un incidente del 1926, dovuto alla rottura della radice di una pala, portò all'aggiunta di una seconda cerniera, quella di brandeggio  (drag hinge), che permette alla pala di oscillare avanti e indietro nel piano del disco e scarica le tensioni generate dal flappeggio. Nasce così il rotore articolato, ancora oggi lo schema di riferimento di gran parte degli elicotteri. Nel settembre 1928 un C.8 volò da Londra a Parigi, prima traversata della Manica di un'ala rotante. Le licenze si moltiplicarono: Pitcairn e Kellett negli Stati Uniti, Focke-Wulf in Germania, Kayaba in Giappone, Kamov in Unione Sovietica. Nel 1934 un C.30 decollò e atterrò sul ponte della nave Dédalo della Marina spagnola, primo velivolo ad ala rotante a operare da una nave, e durante la Battaglia d'Inghilterra la RAF impiegò gli Avro Rota, versione militare del C.30, per calibrare i radar costieri. De la Cierva vide poco di tutto questo. Infatti, il 9 dicembre 1936 morì a Croydon (Londra, Regno Unito), passeggero di un Douglas DC-2 della KLM che, decollato nella nebbia, si schiantò contro una casa. Nello stesso anno volava in Germania il Focke-Wulf Fw 61, il primo elicottero pratico, costruito proprio da un licenziatario Cierva e dotato di rotori con le sue cerniere. Negli ultimi mesi di vita, del resto, de la Cierva stesso aveva riconosciuto i vantaggi del volo verticale e aveva iniziato a lavorarci. 



L'elicottero, capace di restare fermo in aria, relegò l'autogiro ai margini per decenni, ma il concetto sopravvisse. Nel dopoguerra Igor Bensen, negli Stati Uniti, lo reinventò in chiave minimalista, con telaio tubolare ed elica spingente, e oggi gli autogiri sono una categoria vivace dell'aviazione leggera, con produttori europei di primo piano tra cui l'italiana Magni Gyro. Nel 2015 l'astrofisica e pilota Donatella Ricci ha portato un Magni M16, decollato da Caposile (Venezia), a 8.399 metri di quota, record mondiale di categoria, e oltre un migliaio di esemplari sono in servizio presso forze di polizia e militari, con costi operativi molto inferiori a quelli di un elicottero. 



Resta però una lezione scomoda, che riporta all'incidente da cui siamo partiti. De la Cierva aveva progettato l'autogiro per eliminare la causa più comune di incidente del suo tempo, lo stallo, e ci era riuscito. La macchina è intrinsecamente tollerante alla bassa velocità e in caso di piantata del motore scende in autorotazione senza cambiare natura. Ma nessuna caratteristica aerodinamica protegge da un cavo non visto, da una raffica gestita male con il rotore in moto a terra o, nei progetti meno curati, da un disallineamento tra baricentro e asse di spinta capace di ribaltare il velivolo in avanti (power push-over). L'eredità più duratura di de la Cierva, in fondo, non vola sugli autogiri di oggi: sta nelle cerniere di flappeggio e brandeggio presenti nel mozzo di quasi ogni elicottero e nell'autorotazione che ogni pilota di elicottero addestra come manovra di emergenza. 


Condividi

Autore: Giovanni Garofalo • 13 ottobre 2026
Gli asteroidi sono tra i corpi più antichi del Sistema Solare e conservano informazioni preziose sulle origini e sull’evoluzione dei pianeti. Oggi, tuttavia, il loro interesse non è soltanto scientifico: alcuni potrebbero rappresentare una risorsa per le future missioni spaziali, mentre altri costituiscono una potenziale minaccia per la Terra.
Autore: Lorenzo Esposito • 8 ottobre 2026
Immagina di costruire un oggetto destinato a lavorare nello spazio per dieci o quindici anni. Deve resistere al vuoto, alle radiazioni, alle vibrazioni al lancio, agli sbalzi di temperatura e perfino a impatti con micrometeoriti e piccoli detriti orbitanti. Poi, però, arriva una richiesta apparentemente assurda: quando la sua missione sarà compiuta, quel satellite dovrà distruggersi quasi completamente . Non esplodendo come nei film, senza lasciare pezzi vaganti in orbita e, possibilmente, senza far cadere componenti pesanti e pericolosi su aree abitate della Terra. Dovrà rientrare nell’atmosfera e bruciare in modo prevedibile, sicuro e pulito. È questa l’idea dietro al Design for Demise , letteralmente “progettazione per la disintegrazione”: una filosofia ingegneristica secondo cui un satellite non viene pensato solo per funzionare nello spazio, ma anche per terminare la propria vita nel modo meno pericoloso e più controllato possibile.
Autore: Elisa Goffo • 24 settembre 2026
Sulla fine dell’Universo esistono diverse teorie e possibilità: potrebbe continuare a espandersi per sempre, diventando lentamente sempre più freddo e buio, nello scenario chiamato Big Chill ; oppure l’espansione potrebbe invertirsi, portando a un Big Crunch ; o diventare così intensa da separare progressivamente anche le strutture che compongono la materia, nel cosiddetto Big Rip .
Autore: Daniela Giannoccaro • 22 settembre 2026
«Non ci riesco!» Quante volte un bambino pronuncia questa frase davanti a una costruzione che cade, a un esercizio che non torna, a un oggetto che non funziona come aveva immaginato? E quante volte noi adulti, quasi automaticamente, interveniamo? Sistemiamo, suggeriamo, mostriamo la soluzione. Lo facciamo per aiutarlo, naturalmente. Ma proprio in quel momento potremmo sottrargli un'esperienza preziosa: la possibilità di cercare da solo una strada diversa. È anche qui che possiamo comprendere il valore educativo delle abilità STEM. STEM è l'acronimo di Science, Technology, Engineering and Mathematics, ma educare alle STEM non significa semplicemente avvicinare bambini e ragazzi alla scienza, alla matematica o alla tecnologia. Significa soprattutto allenare un modo di pensare: osservare, fare domande, formulare ipotesi, sperimentare, sbagliare, modificare una strategia e provare ancora. Competenze utili nello studio, certamente. Ma soprattutto nella vita. 1. Problem solving : «Come potresti risolvere?» Un bambino sta costruendo una torre. Arriva quasi alla fine e la torre cade. Potremmo mostrargli immediatamente come rendere più stabile la base. Oppure potremmo domandargli: «Secondo te, perché è caduta?» Questa semplice domanda cambia completamente il ruolo dell'adulto. Non siamo più quelli che forniscono la soluzione, ma quelli che aiutano il bambino a cercarla. Il problem solving nasce proprio da qui: riconoscere un problema, immaginare possibili soluzioni, provarne una e verificare cosa accade. 2 . Pensiero critico : «Come fai a saperlo?» I bambini fanno continuamente affermazioni, collegamenti e ipotesi attraverso una fervida immaginazione… «Succederà sicuramente così.» «Questo è più pesante.» «Se faccio questo, allora succede quello.» Invece di confermare o correggere immediatamente possiamo chiedere: «Come fai a saperlo?» «Come potremmo verificarlo?» Li aiutiamo così a distinguere ciò che pensano da ciò che possono osservare, verificare e argomentare. Il pensiero critico non consiste nell'insegnare ai bambini cosa pensare, ma nell'aiutarli a costruire strumenti per interrogarsi su ciò che pensano. 3. Creatività : «E se provassimo in un altro modo?» STEM e creatività non sono affatto mondi separati. Quando una soluzione non funziona, serve immaginarne un'altra. Costruire un ponte con pochi materiali, trovare un modo diverso per trasportare dell'acqua, inventare una struttura che regga un peso: ogni piccolo problema può avere più di una risposta. Lasciare spazio a soluzioni diverse da quelle che avremmo scelto noi significa comunicare al bambino: «La tua idea merita di essere sperimentata.» 4. Collaborazione : «Proviamo a pensarci insieme» Molte attività STEM richiedono confronto, divisione dei compiti, ascolto delle idee altrui e capacità di modificare la propria proposta. Ecco perché diventano anche un esercizio relazionale. Un bambino può avere una buona idea e scoprire che quella di un compagno completa la sua. Impara così che collaborare non significa rinunciare alla propria soluzione, ma comprendere che insieme possiamo vedere possibilità che da soli non avevamo immaginato. 5. Perseveranza : l'errore che insegna Forse è questa una delle competenze più importanti. Un esperimento non riesce. Una costruzione crolla. Il risultato non è quello previsto. L'errore, nell'approccio STEM, non rappresenta necessariamente la fine del percorso. Può diventare una nuova informazione. Cosa non ha funzionato? Cosa possiamo cambiare? Cosa abbiamo scoperto grazie a questo tentativo? Il bambino impara progressivamente che sbagliare non significa necessariamente «non sono capace», ma può significare semplicemente: «Questa strada non ha funzionato. Posso cercarne un'altra.» Ed è qui che le abilità STEM incontrano profondamente l'educazione. Il ruolo dell'adulto: meno risposte, più domande Forse la sfida più difficile riguarda proprio noi adulti. Quando un bambino è in difficoltà, intervenire è spesso più veloce. Risolvere al suo posto evita frustrazione, attese e qualche volta anche un po' di disordine. Educare all'autonomia significa anche riuscire a rimanere accanto senza sostituirsi. Perché educare alle STEM non significa soltanto preparare bambini e ragazzi alle professioni del futuro. Significa aiutarli a diventare persone capaci di osservare un problema senza sentirsi immediatamente sconfitti, fare domande, cercare alternative, confrontarsi con gli altri e riprovare. Dal “non ci riesco”, imparare a chiedersi: “Cos'altro posso provare?”
Autore: Simone Semeraro • 16 settembre 2026
Il 5 settembre 2026 segna rappresenta l’inizio di un nuovo capitolo per l’Europa, perché Isar Aerospace ha effettuato il primo lancio della storia dall’Europa continentale. Partito dallo Spazioporto di Andøya in Norvegia (di cui abbiamo parlato in un articolo dedicato) alle 22:18 ora locale, il lanciatore Spectrum è riuscito nell’impresa al suo secondo lancio, portando in orbita sei satelliti di natura commerciale ed educativa.
Autore: Benedetta Facini • 10 settembre 2026
La NASA e SpaceX si preparano ad inviare la missione Crew-13 verso la Stazione Spaziale Internazionale; il lancio, inizialmente previsto per il 12 settembre, è a data da destinarsi a causa di un guasto alla navetta Crew Dragon di SpaceX che ospiterà gli astronauti a bordo. Crew-13 è la tredicesima missione di rotazione dell’equipaggio di SpaceX per la NASA nell’ambito del Commercial Crew Program della NASA.
Autore: Liliana Balotti • 7 settembre 2026
Il 30 agosto 2026 è stato lanciato il Nancy Grace Roman Space Telescope, il nuovo grande osservatorio spaziale della NASA. Il telescopio è partito alle 7:26 del mattino, ora locale della Florida, a bordo di un razzo SpaceX Falcon Heavy dal Launch Complex 39A del Kennedy Space Center. Dopo il lancio, Roman ha iniziato il viaggio verso la sua destinazione operativa, a circa 1,5 milioni di chilometri dalla Terra.
Autore: Giovanni Garofalo • 28 agosto 2026
Per secoli gli asteroidi sono stati poco più che punti luminosi nel cielo, oggetti misteriosi e lontani. Eppure, già nell’Ottocento, la fantasia umana aveva iniziato a immaginare viaggi verso questi piccoli mondi. Nel 1839 comparvero a Londra, anonimamente, due racconti dedicati a Ceres , allora appena scoperto: testimonianze precoci di un interesse che, oltre un secolo dopo, sarebbe diventato una vera attività scientifica.
Autore: Benedetta Facini • 25 agosto 2026
L’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea, ha annunciato che il 15 settembre 2026 è previsto il lancio di Sentinel-3C , un nuovo satellite europeo destinato a osservare e studiare la Terra dallo spazio. Sentinel-3C partirà dallo Spazioporto europeo di Kourou , che si trova nella Guyana francese , in Sud America. Il satellite sarà trasportato nello spazio da un Vega-C , un lanciatore europeo progettato per mettere in orbita diversi tipi di satelliti.
Autore: Elisa Goffo • 12 agosto 2026
Quando il telescopio spaziale James Webb ha iniziato le sue osservazioni nel 2022, gli astronomi si aspettavano di individuare galassie giovani e poco luminose a distanze molto grandi, in modo da poter guardare indietro nel tempo, ovvero fino a circa 13 miliardi di anni fa, quando l’universo aveva solo poche centinaia di milioni di anni. Tra le sorgenti lontane, tuttavia, emerse una popolazione inaspettata di oggetti estremamente compatti : piccoli punti rossastri molto più luminosi del previsto, che nel 2023 furono denominati “ Little Red Dots ”. Le loro dimensioni, di appena poche centinaia di anni luce, sono minuscole se paragonate, ad esempio, a quelle della Via Lattea, che ha un diametro di circa 100.000 anni luce.
Show More